Gli adolescenti e l'esperienza del VIAGGIO

Sull'edizione di lunedì 8 febbraio us, del Secolo XIX è stata pubblicata un'intervista al Presidente dell'ANPE: Dott. Gianfranco De Lorenzo.

L’AMERICA può attendere. E con lei Asia e Africa. Una x anche sull’Oceania e poi, adolescenti, sbizzarritevi perché comunque vi rimane tutta l’Europa. Un intero continente per scegliere la meta, o il percorso, della prima vacanza senza genitori. È febbraio, e all’estate mancano poco più di quattro mesi: troppi per i fedelissimi del last minute e affini, non molti per chi inizia la battaglia per strappare quel sì a mamma e papà e partire con gli amici. «Ve l’avevo detto che l’anno scorso era l’ultima volta che venivo al mare con voi», ricordano figli e figlie al momento della trattativa. Reclamano indipendenza e chiedono di partire «da soli», cioè senza adulti. Già, ma qual è l’età giusta per mandare i figli in vacanza da soli? Questione di maturità. E di fiducia. Ma i sedici anni sembrano mettere d’accordo tutti: i pedagogisti, intanto, e in fondo anche gli stessi ragazzi, che più di prima sentono l’esigenza di essere indipendenti, almeno per qualche settimana all’anno.

«È l’età giusta per una serie di motivi, sia psicologici che giuridici» commenta Gianfranco De Lorenzo, presidente dell’Anpe, Associazione nazionale dei pedagogisti italiani. Giuridici perché prima del compimento dei 15 anni l’unico documento è la carta verde, solo dopo arriva la carta d’identità. Ma i sedici anni, ovviamente con tutte le eccezioni del caso, sono il momento giusto anche perché «fino a quell’età gli amici sono più che altro conoscenti, coetanei con cui ci si diverte. Nei primi anni delle superiori, invece, i ragazzi stringono i legami forti che si porteranno avanti anche tutta la vita» spiega De Lorenzo «il gruppo è più strutturato e quindi è normale che scatti la voglia di condividere, soprattutto una vacanza». Formata la squadra di partenza c’è da scegliere la destinazione. Sconsigliati i viaggi oltreoceano: l’impatto, visto che si tratta di una prima volta, è eccessivo. Meglio concentrarsi sull’Europa: «un fuori vicino» riassume il pedagogista «che dà il brivido dell’allontanamento da casa senza catapultarli dall’altra parte del mondo».

I modelli dell’immaginario giovanile ora sono «Praga, Barcellona, Amsterdam, perché danno l’idea della trasgressione: rispettivamente perché scorrono fiumi di birra, c’è il fascino della movida e quello del quartiere a luci rosse».

Un genitore - assicurano gli esperti - probabilmente non si sentirà mai totalmente tranquillo nel mandare i figli via da soli. Ma l’unica soluzione è farsene una ragione. «Ovviamente il ragazzo deve mostrare un minimo di responsabilità e di maturità: osservate come si comporta in casa, con fratelli e amici» consiglia De Lorenzo «e chiedetevi come si comporta di fronte alle difficoltà: entra nel panico, si perde, non decide? Forse è ancora troppo immaturo, ma attenzione a non pretendere da lui atteggiamenti da adulto. Semplicemente perché non lo è». L’importante è dargli fiducia: è giusto che sbatta la testa contro il muro e si rialzi da solo, così come è giusto che si senta responsabilizzato, anche perché - dicono gli esperti - se sentirà queste aspettative farà in modo di non deluderle. I compagni di viaggio ideali sono di solito gli amici, ma c’è anche chi preferisce andare in vacanza con la ragazza. «Nessuna differenza, se i 16 anni valevano con il gruppo valgono anche ora. Anzi» osserva il presidente dell’Anpe «partire con la fidanzata è la dimostrazione che nostro figlio accetta e rende pubblico un rapporto. È un atteggiamento adulto».

Il viaggio aiuta a conoscersi, ad affrontare un’esperienza da soli e misurarsi con un mondo che non si conosce. Ecco perché gli adolescenti vanno, se non incentivati a partire, almeno accompagnati, mai controllati. Il ragazzo ipermaturo magari si impunterà per pagarsi la vacanza: «Chi lo fa dimostra un livello ancora superiore, per cui accontentarlo va bene, ma attenzione a non monetizzare tutto, a non trasformare i rapporti in relazioni economiche». E una volta partito, «chiamatelo, anche spesso» consiglia «ma senza riversargli addosso le vostre ansie. Basterà chiedergli se si sta divertendo. In fondo è partito solo per quello».

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